Una persona che ha perso una parte delle sue capacità logico-cognitive non è una persona che non ha più niente da dire; e una persona che ha perso una parte delle capacità linguistiche non è una persona che non è più in grado di comunicare.

Questo metodo è sia un percorso di formazione per gli operatori, familiari, sia un laboratorio di narrazione creativa, che riformula, rinvigorisce, la relazione malato/caregiver come punto di partenza per il miglioramento della qualità della vita delle persone affette da demenza. Inoltre, fornisce la possibilità alle persone affette da demenza di Alzheimer di sperimentare uno spazio franco dove la comunicazione si fa creativa e possibile.
Se la memoria è il problema, quella autobiografica intendo, rimane la memoria implicita che fa immaginare, saper fare le cose, creare , mettere insieme in un modo nuovo e originale degli elementi; questa memoria rimane integra per molto tempo nel processo degenerativo della malattia di Alzheimer e se stimolata attraverso la parola non censurata, talvolta senza senso, per noi viene convalidata nella sua forma d'espressione, gestuale, sonora.

Allora con l'immaginazione proviamo a stimolare una conversazione che non parta dai ricordi, ma dalla sollecitazione della fantasia; e che non preveda solo l'uso del linguaggio verbale “corretto”, ma accetti e anzi valorizzi ogni forma di espressione.
Le storie prodotte sono piene di immagini, sentimenti, emozioni e ci permettono di accedere al mondo interiore dei pazienti, condividendole successivamente con i familiari, altri operatori, allargandoci alla comunità di appartenenza, restituendo loro un ruolo sociale. Il ruolo, appunto, di racconta storie.

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